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IL FRONTE OCCIDENTALE
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  DARIO VOLTOLINI
Dario VoltoliniDario Voltolini è nato il 19 aprile 1959 a Torino, dove vive. Collabora a La Stampa. Ha pubblicato: Una intuizione metropolitana (Bollati Boringhieri, 1990), Rincorse (Einaudi, 1994), Forme d'onda (Feltrinelli, 1996), Neve (Hopefulmonster, 1996), Fantasia della giornata (Morgana Edizioni, 1997), Il grande fiume (Fernandel, 1998), Glunk (Portofranco, 1998), In gita a Torino (Gribaudo 1998), 10 (Feltrinelli, 2000), Primaverile (Feltrinelli, 2001). È autore di radiodrammi e di libretti per il compositore Nicola Campogrande.

L'inizio dei lavori

La cosa che volevamo fare è una cosa che è nata, diciamo, su due gambe. La prima era un incontro fra scrittori che si confrontassero sulla loro attività. Questa è una cosa che tipicamente si fa, a coppie o a piccoli gruppi, ma quello che mi sarebbe piaciuto vedere una buona volta era un confronto collettivo di un gruppo un po' più allargato. L'altra gamba è invece una gamba prepotente, perché è - non so come chiamarla - ma è la situazione in cui viviamo in questi giorni. Da queste due radici nasce l'incontro di oggi, Scrivere sul fronte occidentale, che mette insieme le due cose.
Io faccio solo l'introduttore, ma quello che avrebbe potuto essere un mio intervento lo riassumo così: io, e altri, sento e sentiamo delle chiusure, delle pressioni, delle dinamiche bloccate, nei discorsi che ascoltiamo, nelle riflessioni che vengono fatte, a qualunque livello, da qualunque parte giungano. Con più chiarezza le vediamo in questo momento in cui le cose che ci capitano quotidianamente sono di portata, di levatura tale da contraddire alcune delle ipotesi su che cosa il mondo era, che cosa il mondo era diventato, valide, per così dire, fino a prima dell'attentato terroristico dell'undici settembre. Io non credo (non lo credevo prima e non lo credo ora) che fosse valida quella visione del mondo, in qualche modo strutturata, composta, ormai stabilita e stabilizzata. E quindi non mi sento orfano di quella visione. Vedo però che ha mostrato la corda in una maniera drammatica e irrecuperabile, tale da sorprendere anche chi già la riteneva fragile e caduca. Quindi il motivo per cui degli scrittori, delle persone connesse in qualche maniera all'atto di scrittura, si trovano a parlare della loro attività in questo momento è anche un modo per vedere che tipo di sensibilità, di antenne, di sensori abbiamo noi per il mondo in cui viviamo.
La prima delle due gambe su cui si regge questo incontro è molto informale. L'informalità sta nel fatto che le relazioni sono lunghe a piacere, che la discussione che seguirà è completamente autonoma e libera, che non esiste un manifesto comune in cui ci si riconosca, né contenuti necessariamente condivisi, e nemmeno posizioni assunte in blocco. Ciascuno è portatore della propria posizione, è l'unico responsabile di quello che dice, però il nucleo di partenza di questo incontro è un nucleo collettivo: l'idea è partita da un gruppo di noi e si è allargata a tutti voi qui presenti e speriamo che si allarghi anche ulteriormente in seguito.
La mia preoccupazione, il mio tormento, che erano tali già prima e che ora sono accresciuti, riguardano la perdita di peso e di validità del significato delle parole in questo momento. È un discorso che si potrebbe allargare a piacere, ma il suo succo è questo: la massa, la sfera di parole in cui siamo sempre immersi, e in questo momento ancora più profondamente immersi, è una specie di pallone sganciato dall'ancoraggio a terra. Trovo che si sta assistendo a una diffusa presa di posizione, cioè di fronte a certi fatti sembra che ci siano delle caselle predisposte da occupare, uno schema. E allora con qualche artificio retorico ciascuno si incasella in uno dei posti disponibili. Che sono però quasi deducibili a priori. Si potrebbe fare un esperimento mentale e dire: di fronte a un fatto xy con queste caratteristiche, come si distribuiranno le opinioni e le posizioni di chi ha la possibilità di prendere parola in Italia oggi? E a priori si potrebbe tracciare uno schema, prefigurare le collocazioni possibili. Le voci della politica stanno facendo questo, corrono a occupare ciascuna la propria casella prestabilita. Sia secondo parametri semplificatori e brutali, come le aproblematiche scelte di campo, sia - apparentemente al contrario - secondo miriadi di distinzioni sempre più sottili, sempre più disumane.
Ma il punto ovviamente è che questo apriorismo è un mero gioco combinatorio delle posizioni: noi siamo sia immersi in una quotidianità che è diventata diversa da un momento all'altro, sia sganciati da una verità effettiva: noi non sappiamo innumerevoli cose che invece dovremmo sapere e quelle poche che sappiamo sono (forse) verificabili al massimo secondo grossolani criteri di mutua coerenza, ma mai di corrispondenza ai fatti. In questo psicodramma interno al dramma, sviluppato con mezzi segnici tra cui la parola, c'è una progressiva perdita di senso, di significato della parola stessa. Come scrittore, mi preoccupo. Si tratta degli strumenti del mio lavoro. Perché è come se facessi lo scultore e il mio martello e il mio scalpello diventassero di giorno in giorno più fragili, o gommosi. Nei giorni successivi all'attentato ho telefonato alla madre di una mia amica che ora vive negli Stati Uniti. Mi ha detto che sua figlia era molto triste perché la moglie di un collega di suo marito era morta: viaggiava sull'aereo caduto sul Pentagono. Quanti anelli per arrivare così vicino al fatto (e quasi toccarlo, esserne toccati). E quanti pochi anelli invece per assistere alla rappresentazione in diretta della caduta delle due torri (e rimanere così costitutivamente fuori dal fatto). Mediato è il nostro rapporto con il fatto, immediato quello con la sua rappresentazione. Spaventosamente problematica la questione se la rappresentazione del fatto sia un anello che ci lega al fatto oppure sia l'opposto (un modo di allontanarci, di tenerci lontani dal fatto). O entrambe le cose.
Come fuoriuscire dai giochi precostituiti, se sia possibile realmente farlo, che cosa sia possibile fare, in generale, in particolare, vedremo, qualche relazione ne parlerà. Se la congiuntura reale, attuale, abbia o non abbia un peso nel lavoro che facciamo - anche questo non è detto, non è scontato né che lo debba, né che non lo debba avere - anche di questo si parlerà. Quindi l'informalità sta anche nell'apertura che vi chiedo di mantenere nelle cose che avremo da dirci, un'apertura alla dimensione amichevole-seminariale. Questo vuole essere un incontro strutturato in maniera sperimentale: siamo ufficialmente qui, in una sede ufficiale, però quello che ci muove è più una relazione transitiva di mutue amicizie, è l'esigenza di cominciare un discorso e non di chiuderlo.

  di G. Genna
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   data: 5 giu 2002 protezione contenuti: assente Aiuto  

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