Erano un gruppo di fancazzisti vestiti alla marinara? Erano una metafora del capitalismo avanzato? Erano l'avanguardia della società del melting pot multirazziale? Che cos'era, davvero, Love Boat? Comunque sia, le icone della Pacific Princess, quel barcone extralusso che scarrozzava gli americani per l'Oceano, hanno invaso il mare della nostra fiction. C'era il pelatissimo capitano Stubing (di nome faceva Merrill, era una versione imborghesita di Achab); c'era la hostess Julie Mc Coy, simbolo di una femminilità che sconta gli oneri dell'emancipazione; c'era Gopher, angariatissimo braccio destro del capitano; l'occhiaiuto Doc, versione marittima del dottor Mc Coy di Star Trek (a proposito: perché il dottore del capitano Kirk ha lo stesso cognome della hostess del capitano Stubing?); e c'era Isaac, il ridanciano barman di colore (a proposito di società multietnica...). Si iniziava con la sigla, un lisergico motivetto cantato da un clone di Frank Sinatra, tale Jack Jones, mentre già si affacciavano alla passerella utenti improbabili della crociera: cittadini medioamericani in cerca di svago esotico, coppie in nevrosi matrimoniale, classi liceali munite di badge che, a vent'anni dall'età scolastica, si ritrovavano a tracciare bilanci esistenziali pressoché fallimentari. Julie Mc Coy li accoglieva e li dirottava alle cabine, Doc dava loro l'antiemetico, Gopher faceva un po' il pirla, il capitano Stubing (mai, ma proprio mai al timone) scrutava il mare piatto come una tavola. Pura metafisica occidentale, condita da un sano pragmatismo puritano, preyuppismo anni Settanta, romanticismo hollywoodiano. Eppure ce l'hanno fatta. Sono entrati nella mente collettiva e abbiamo nostalgia di loro. Maledette icone. A loro è dedicato questo speciale Love Boat.
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