La vocazione pacifica e nirvanica delle dottrine buddhistiche volgarizzate dai tempi ultimi non ha offuscato il ricordo dell'occupazione cinese del 1951 e dei suoi orrendi crimini a cui Heinrich Harrer e Peter Aufschnaiter (compagno di fuga) assistettero, dandone successiva testimonianza alla stampa internazionale tramite la rivista LIFE pochi anni dopo la seconda guerra mondiale: la marxistizzazione forzata, la distruzione totale dei Gompa (monasteri votivi), la tetra imposizione ideologica del materialismo storico e dialettico sulla spiritualità di un popolo vincolato alle armonie del cielo tramite una concezione ciclica delle stagioni ispirata da vette da loro inviolate, sacre e silenziose, che ospitano oggi l'anima di un milione e duecentomila martiri tibetani...
Certo è che l'alpinista austriaco si conquistò la considerazione dei nativi con il rispetto dei luoghi e delle persone assumendo le difese di una comunità millenaria minacciata da un maoismo livellatore e aggressivo.
Tutto questo ci narra Heinrich Harrer, amico personale del quattordicesimo Dalai Lama e dei successivi rappresentanti in esilio, fedele testimone delle vicende narrate in questo libro forte e delicato allo stesso tempo in cui ci si rifugia come Bikku nel triplice Gioiello (monaci erranti nei templi interiori della dottrina buddhistica classica). Sette anni in Tibet è stato tradotto persino in lingua tibetana ma ne è stata probita la circolazione dalle autorità politiche cinesi d'occupazione.
Per coloro i quali, a distanza quarant'anni dall'occupazione cinese del Tibet, desiderassero far visita alle memorie raccolte dall'autore in merito alle vicende vissute da lui in Asia, consigliamo la visita al museo Heinrich Harrer di Hüttenberg in Carinzia, dedicato con gratitudine all'illustre austriaco dalla volontà popolare incarnata dalla più alta carica governativa tibetana ancor oggi in esilio (Dalai Lama) e per la quale tuttora si battono molti governi occidentali insieme a diverse strutture politiche trans-nazionali. Vox Populi Vox Dei e non c'è dubbio, come afferma l'urlo silenzioso dell'intero popolo Tibetano, che alla fine "Gli Dei Vinceranno!"