Sembra difficile da credere, ma c'è stato un tempo in cui in Italia la scena musicale era viva e si cercava di inventare qualcosa senza scimmiotatre i colleghi d'oltreoceano. Era la fine degli anni Settanta e i cantautori davano una spallata decisa alla musica vecchia. Gli apparati auricolari di un popolo abituato alle note di Orietta Berti e Rita Pavone ebbe, all'inizio, una sorta di crsi di rigetto, ma dopo poco il fenomeno assunse le proprzioni che meritava. Pochi si ricordano che in quegli anni c'era anche un certo Rino Gaetano, che non raggiunse mai la popolarità dei vari Guccini e De Gregori, ma che fu uno dei più grandi talenti espressi dalla musica. E' difficile credere che dopo un periodo del genere la musica si sia ridotta nelle condizioni critiche in cui versa oggi, ma in cuor nostro speriamo che un giorno la maggior parte dei rappresentati della musica italica tornino a fare un lavoro più consono alle loro attitudini. Se provate a chiedere a qualcuno chi era Rino Gaetano, nel migliore dei casi vi risponderà: "Ah, quello di Gianna". E' più facile però, che non sappia neanche di chi stiate parlando, ma in fondo non possiamo fargliene una colpa: uno abituato a considerare musica le moine dei Bluvertigo ha il diritto di godere di tutte le scusanti del caso. Capita spesso che un cantante venga associato alla sua canzone più famosa, sebbene nella magior parte dei casi sia la meno rappresentativa. Per questo motivo Rino Gaetano è condannato da vent'anni ad essere ricordato come quello di "Gianna". Niente di male, per carità, ma tutte le altre canzone sono state impunemente dimenticate. Rino Gaetano ha rapprentato un elemento di rottura anche in un periodo artisticamente felice come quello in cui ha vissuto, ma pochi riconoscono l'importanza e la validità della sua musica. Si narra che sia stato scoperto da Vincenzo Micocci, lo stesso che qualche anno dopo si meritò la dedica di Alberto Fortis nella canzone Milano e Vincenzo. Fortis lo stimava a tal punto che nella canzone in questione diceva: "Vincenzo io ti ammazzerò, sei troppo stupido per vivere..." Riabilitiamo almeno in parte la figura del Vincenzo in questione e riconosciamogli il merito di aver portato alla ribalta Rino Gaetano.
Sebbene la canzone sia più che mai attuale, bisogna calarsi nel contesto storico di fine anni Seattanta, inizio Ottanta per capire tutta l'indignazione che emerge dalla parole di Rino Gaetano. Ce n'è per tutto e tutti, dalla politica al calcio, dalla televisione al prosciutto cotto. La prima strofa se la prende con le figure professionali i costumi e le tradizioni. E' così che finioscono nella lista la castità, la verginità, la sposa in bianco, il maschio forte, i ministri puliti, i buffoni di corte e il grasso ventre dei commendatori. Chiaro è il riferimento a Marco Pannella a cui Gaetano riconosceva il merito di aver politicizzato la dieta. Nelle latre strofe l'obiettivo diventa più specifico e si fanno nomi e cognomi di praticamente tutti i personaggi in voga all'epoca in ogni campo. Una sola domanda ci viene spontanea: perché tanto odio nei confronti del prosciutto cotto?
Per la definitiva consacrazione del mito (anche se per pochi) di Rino Gaetano, mancano delle storie al limite dell'inverosimile a proposito della sua morte. La lacuna è stata colmata in questi giorni da un libro (scritto da Emanuele Di Marco, edito da Stampa Alternativa) dal titolo "Rino Gaetano Live". Per la verità in questo caso i retroscena raccontati sono più che verosimili e ben lontani da operazioni di marketing del tipo "Elvis è vivo!". C'è una canzone di Rino Gaetano, quasi sconosciuta fino a qualche giorno fa che narra di un incidente stradale, di una corsa in ambulanza e della morte dell'uomo protagonista in seguito alla mancata accettazione da parte di cinque dei più grossi ospedali romani. La canzone in questione si chiama "La ballata di Renzo" e la vicenda che sta alla base della storia è stata inventata di sana pianta dall'allora adolescente Rino Gaetano. Il fatto sconcertante è che circa quattordici anni dopo il cantautore perse la vita in una situazione praticamente identica.