ATTENZIONE: il contenuto di questo speciale può essere inadatto ai minorenni e a un pubblico facilmente impressionabile. Anche se lo scopo di testi e immagini "forti" è proprio quello di far capire a tutti la barbarie in cui hanno vissuto (e continuano in gran parte a vivere) le donne in Afghanistan.
"No, non riesco a partecipare all'euforia, del resto per ora continuo a vedere morti, te l'avevo già detto ma vale ancora oggi, il nostro è un paese cimitero...". Così racconta il suo paese "liberato" una donna afgana, Zenad, parlando al telefono con Luisa Morgantini, parlamentare ed esponente delle Donne in nero. E così comincia il pezzo che ci ha inviato la stessa Morgantini via e-mail. Un pezzo che descrive bene ciò che sta accadendo oggi in Afghanistan. Soprattutto dal punto di vista delle donne. E che rivela una realtà un po' diversa da quella sparata a tutta pagina dai più importanti media internazionali: sì, è vero, qualche donna si è tolta il burqa e qualche uomo si è rasato, le musiche hanno ricominciato a suonare, ma c'è il timore che i mujaheddin - dopo aver lasciato qualche piccola libertà per accontentare gli occidentali - continuino con le punizioni e le vendette...
Cronaca di un viaggio di solidarietà Sono state due volte vittime. Vittime della guerra, ma anche e soprattutto del regime oscurantista dei talebani. Durante il quale le donne afgane non potevano lavorare, studiare, essere curate. E dovevano vivere costantemente ricoperte dal burqa: la veste, da indossare obbligatoriamente, che le copriva e le nascondeva interamente dagli sguardi "lubrichi" del mondo (obbligo peraltro introdotto da quegli stessi mujaheddin che oggi passano come i "liberatori" del paese, ndr.). Ed è proprio a loro che si è rivolta la delegazione delle Donne in nero che dal 30 ottobre al 6 novembre 2001 è andata in Pakistan...
Stadio di Kabul, 17 novembre 1999. Migliaia di persone sulle gradinate, ma non sono lì per una partita di calcio: l'evento in cartellone è la prima esecuzione pubblica di una donna da quando i talebani hanno preso il controllo del paese, nel 1996. Un documento agghiacciante, che una giornalista di origine afgana della Bbc, Saira Shah, è riuscita ad avere e a inserire nel suo documentario Dietro il velo: un'ora di immagini raccolte e girate dalla reporter durante un viaggio clandestino in Afghanistan, probabilmente la miglior testimonianza oggi disponibile sulle atrocità del regime degli "studenti di teologia". Ma alcune delle più agghiaccianti scene del documentario, compresa quella dell'esecuzione della donna nello stadio, non le ha girate la Shah: gliele ha fornite un'organizzazione di donne afgane che ha collaborato con la giornalista della Bbc. Si tratta della Revolutionary association of the women of Afghanistan (Rawa), che opera clandestinamente e le cui associate rischiano ogni giorno la vita nel tentativo di combattere il regime talebano attraverso la documentazione della loro brutalità.
Più di tante parole: così vivevano le donne a Kabul sotto il regime dei talebani (ma non è che con i mujaheddin fosse poi tanto diverso...).
Le foto sono tratte dal sito Revolutionary association of the women of Afghanistan, l'organizzazione fondata nel 1977 da un gruppo di femministe afgane con l'obiettivo di promuovere e tutelare i diritti delle donne, la pace e la libertà.
Chi sono le Donne in nero "All'inizio di questo inverno (1987), in sette donne, tutte vestite di nero, stavamo ferme in piedi, in silenzio, in mezzo a Sion Square a manifestare contro l'occupazione". In queste parole di una donna in nero israeliana di Gerusalemme, il senso primario dell'agire delle Donne in nero israeliane che protestavano e protestano contro la politica di occupazione attuata dal proprio governo. Il nero e il silenzio assunti a simbolo della tragedia comune del popolo palestinese ed israeliano. E da quel momento sono stati avviati progetti e incontri che hanno visto crescere la rete di relazioni: sempre in Palestina, ma anche nei Balcani, Algeria, Libano, con le donne kurde, fino ad arrivare in Pakistan e Afghanistan...
Istruzioni per l'uso: come dare il tuo aiuto L'emergenza umanitaria in Afghanistan si aggrava. Decine, forse centinaia, di migliaia di uomini, donne e bambini fuggono dal paese e premono alle frontiere. Vanno ad aggiungersi agli altri milioni di profughi che già sono scappati dalla guerra civile e dal regime dei talebani negli anni scorsi. Una vera "bomba profughi", l'ha definita il portavoce dell'Onu. Che minaccia soprattutto i paesi limitrofi, tanto che tutti questi poveracci vanno a sbattere contro confini chiusi: le guardie di frontiera pakistane, per esempio, hanno l'ordine di non far passare nessuno. Insomma, gli afgani sono un popolo in fuga che nessuno ha voglia di accogliere. Tranne l'Onu e le organizzazioni umanitarie, che però hanno tanto bisogno del vostro aiuto... ecco uno speciale con tutte le istruzioni per darlo.
STATI DI POLIZIA
Più potere ai servizi segreti e tribunali speciali: è il Patriot Act contro il terrorismo voluto da Bush. Altri Paesi l'hanno subito "copiato". Ma cresce l'allarme per queste norme: non è che così si minacciano troppo i nostri diritti?