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Sei qui:   Homepage > Società > Speciali> Usa bombardati > 18 settembre: il commento
 LA NUOVA GUERRA
Bush junior versione talebanoSTATI DI POLIZIA
Più potere ai servizi segreti e tribunali speciali: è il Patriot Act contro il terrorismo voluto da Bush. Altri Paesi l'hanno subito "copiato". Ma cresce l'allarme per queste norme: non è che così si minacciano troppo i nostri diritti?
Maria Grazia CutuliReporter si muore. Ancora
Dopo la Cutuli, un altro giornalista muore in Afghanistan: è l'ottavo.
Gulbuddin HekmatyarDalla brace alla padella?
Crimini e misfatti dei mujaheddin "signori della guerra".
BioterrorismoAllarme bioterrorismo
Antrace, peste, gas nervino: il mondo vive l'incubo chimico.
Osama flash LadenOsama "flash" Laden
Un'invasione di giochi e cartoon in flash dedicati allo sceicco del terrore.
E inoltre: Oltre il burqa?, La bomba profughi, Ministri allo sbaraglio, L'Italia va alla guerra, Wanted Osama, Foto dal fronte, X-Files: american jihad!, La pace in marcia, Al Jazeera in diretta, La lista di Bush, Viaggiare in pace, Terrorismo a Milano?, Affari sporchi, Parole di guerra, Pakistan a rischio, Una lezione per Silvio?, Borse in guerra, La mappa dei bombardamenti, Il forum, I volti della guerra, Cia X-Files, Un Paese off-limits, Paginatrè speciale, Yahoo! Jihad, Ufo tra le Torri?, I video, Tutte le cronache, Tutte le analisi, Slideshow, Le immagini: attacco agli Usa, Guerra? No, grazie, 70 anni di attentati.

  QUALE GUERRA?
Quale guerra? di Giuseppe Genna

L'investigazione condotta congiuntamente da Fbi e Cia per rintracciare i responsabili e svelare i piani che hanno prodotto le stragi di New York e Washington è, in assoluto, l'operazione di intelligence più vasta mai effettuata su scala mondiale. Dei molti quesiti che, a caldo, suggerivano l'ipotesi che la storia fosse a una svolta, resta in piedi soltanto la domanda sull'incidenza di questa incredibile retata planetaria: si risolverà nella decisione di intervento militare o si interrerà in una serie pressoché infinita di operazioni coperte? Molti degli analisti americani incominciano a propendere per la seconda ipotesi. Vediamo con quali motivazioni:

In AfghanistanIl ruolo chiave di Bin Laden
Per il regime talebano, la consegna dello sceicco del terrore in mano pakistana avrebbe un duplice ritorno: verrebbe immediatamente sottratto agli Usa il motivo fondamentale di un'operazione militare da condursi in Afghanistan, soprattutto nel momento in cui l'Amministrazione Bush si è legata a una vasta alleanza (che include membri extraeuropei) per marciare legittimata su Kabul; distaccherebbe la questione nazionale dalle sorti della lotta che la Jihad sta conducendo in Cecenia, alla quale l'intera comunità fondamentalista islamica sta dando un apporto che l'intervento in Afghanistan vanificherebbe del tutto. Gli Usa, inoltre, a fronte della consegna di Bin Laden alle autorità pakistane, avrebbero non poche difficoltà a tradurre su suolo americano colui che viene ritenuto, a questo punto, l'unico capro espiatorio in grado di soddisfare l'opinione pubblica interna. Le trattative del governo talebano con gli emissari di Islamabad, probabilmente, metterebbero al riparo lo sceicco saudita da un'immediata estradizione negli States. E bisogna anche considerare come Bin Laden, a oggi, costituisca per la Jihad più un ostacolo che un elemento virtuoso. Il fatto che, a partire dal giorno dopo gli schianti dei boeing contro Pentagono e Torri Gemelle, lo sceicco abbia perso la sua aura di eminenza nera inafferrabile, mette in grave posizione di debolezza tutta la Jihad. E' quindi comprensibile che i talebani (ma più di loro i pakistani) tentennino e siano attratti dalla possibilità di un doppio smacco diplomatico agli Usa, pur sacrificando una pedina fondamentale come Bin Laden. Se le truppe Nato si fermano, è allora indubbio che la ritorsione statunitense assumerebbe la forma di una vasta operazione coperta di intelligence.

Cosa ha ottenuto la Cia
"Siamo minacciati dalla pace" dissero i generali israeliani prima che Bush scatenasse il delirio su Bagdhad (cfr. Cockburn, 1994). A distanza di dieci anni, la medesima affermazione poteva benissimo essere enunciata da una qualunque gerarchia del servizio segreto americano. Da 25 anni la Central Intelligence Agency era stata resa monca dal Congresso. Impossibile, per gli agenti americani, uccidere senza ottenere previo permesso. Impossibile assoldare personaggi dal curriculum sporco. Impossibile infiltrare liberamente gruppi estremistici. Impossibile sfuggire ai controlli sui propri fondi. Dopo la tragedia dell'11 settembre, questi ostacoli sono stati doviziosamente rimossi dalla choccata Amministrazione Bush. E' un passo epocale. Nemmeno il padre dell'attuale presidente, George Bush Sr, ex direttore della Cia, era riuscito ad abbattere i recinti in cui l'Agenzia era stata costretta (anche per coprire lo scandalo finanziario degli Istituti di risparmio, a cui suo figlio Neil aveva partecipato, Bush fu costretto a un clamoroso intervento militare, lasciando a bocce ferme il gioco dell'intelligence a stelle e strisce). Così la Cia era stata umiliata prima internamente (dal sorpasso della National Security Agency, di cui attualmente non si sta inquietantemente parlando) e poi esternamente (dal Mossad, il cui ruolo, in Europa e in Medio Oriente è cresciuto proporzionalmente al declino dei servizi americani). I Bush, tradizionalmente, non sono inclini a rapporti distesi con gli israeliani. Bush Sr. fece di tutto per tenere fuori Tel Aviv dal conflitto con Saddam Hussein, nonostante gli Scud piovessero sul territorio dello Stato ebraico. James Baker ammise candidamente che i sentimenti della prima Amministrazione Bush erano antisraeliani e antifrancesi sin dagli esordi (cfr, Washington Post, 1990). Serviva una Cia forte, per sostenere simili sentimenti: ma la Cia era in caduta libera. Non così dall'altroieri. Il presidente ha concesso nuovamente la licenza d'uccidere e la possibilità di operare liberamente agli agenti Cia. E' uno spostamento formidabile, che cambia il baricentro (anche quello del bilancio) dall'orizzonte militare a quello dell'intelligence. Una simile decisione prospetta una lotta lenta e sotterranea che non corrisponde a una scelta radicale e spettacolare, come sarebbe quella di bombardare Kabul davanti agli occhi del mondo.

Pericolo Europa
Tre giorni fa, sul sito della Cnn, Ben Oakley, esperto in politiche europee per la rete di Atlanta, avanzava i primi dubbi sull'atteggiamento dell'Europa rispetto alle reazioni degli Usa alla strage dell'11 settembre. L'accusa di Oakley, in definitiva, era di sostanziale ipocrisia: messaggi di cordoglio e volti luttuosi da parte dei leader europei nascondevano, in realtà, massicce perplessità su un intervento militare a fianco degli States. "La Nato non parla di 'atto di guerra', come ha fatto invece il presidente Bush, bensì di semplice 'atto di barbarie'". Sembra un'osservazione da leguleio dello spirito. Invece coglie un aspetto fondamentale dell'attuale scenario geopolitico: la separazione annunciata tra Vecchio e Nuovo Continente, l'alleanza occidentale che non è più incondizionata. Questo taglio era stato cercato, controllato e infine portato a termine dagli Stati Uniti, obbiettivamente preoccupati dall'apertura del cosiddetto "fronte del Pacifico". L'annuncio, da parte di Bush, di una ripresa della vecchia idea reaganiana di uno "scuso stellare" dimostrava quanto gli Usa temessero l'incremento di potenza (anche militare) che la Cina sta garantendosi da un decennio a questa parte. Ora, all'improvviso, gli Usa, colpiti al cuore, si rendono conto che tornare a occuparsi di Medio Oriente li spinge a cercare l'appoggio dell'Europa. Ma l'Europa è obbiettivamente riottosa, nonostante la facciata indichi l'esatto contrario. L'Europa è riottosa anzitutto a un intervento militare. Non lo è rispetto a un'azione unificata di intelligence: anche perché l'Europa non ha ancora un'intelligence unificata (ce l'ha, ovviamente, ma solo allo stato embrionale). I dubbi della Ue potrebbero spingere Bush ad accettare una guerra d'intelligence anziché di truppe convenzionali.

Minaccia chimicaLa minaccia chimica
Gli Stati Uniti sono impreparati di fronte a eventuali attacchi terroristici condotti con armi chimiche. Si tratta di una minaccia crescente, impossibile da vanificarsi nel caso fosse realizzata su territorio americano. L'ammissione dei servizi segreti statunitensi è sconcertante, ma non priva di realismo, e segue le indicazioni di esperti quali Jonathan Tucker (autore del recente e interessantissimo libro Scourge: The Once and Future Threat of Smallpox). La verità è che in ogni caso, pur agendo sul piano militare, gli Usa sarebbero costretti a potenziare la propria rete di controspionaggio, per mantenere lontana la minaccia chimica dai propri confini. De facto, quindi, gli States saranno costretti a un braccio di ferro sul piano dell'intelligence.

Se crollano i "se"
Però lo scenario è obbiettivamente fluido e imprevedibile. Le due variabili più importanti che possono determinare lo scatenamento di un conflitto militare, a questo punto della vicenda, sono essenzialmente due. Gli afghani potrebbero non consegnare Bin Laden: l'intervento americano scatterebbe immediatamente, con o senza il consenso dell'establishment pakistano (establishment, peraltro, foraggiato ampiamente dagli Usa e fondamentale perno geopolitico, sia verso il Medio sia verso l'Estremo Oriente, India inclusa), e al di là delle perplessità alleate. C'è poi la questione del bilancio dell'esercito statunitense: i generali a stelle e strisce potrebbero pretendere la medesima attenzione accordata alla Cia dall'Amministrazione Bush Jr., e richiedere fondi e motivazioni d'intervento. Non si tratta di un'ipotesi lontana: ai tempi delle operazioni chirurgiche su Baghdad, le cose andarono esattamente a questo modo.

  a cura della Redazione
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   data: 11-24 set 2001 protezione contenuti: assente Aiuto  

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