STATI DI POLIZIA
Più potere ai servizi segreti e tribunali speciali: è il Patriot Act contro il terrorismo voluto da Bush. Altri Paesi l'hanno subito "copiato". Ma cresce l'allarme per queste norme: non è che così si minacciano troppo i nostri diritti?
Cedendo alle pressioni statunitense, Ariel Sharon ha ritirato le truppe di Tel Aviv dalla zona calda israelo-palestinese. Una decisione repentina che segue di poco il clamoroso colpo di scena con cui, ieri, Yasser Arafat ha sorpreso il mondo, imponendo la tregua ai suoi anche se provocati e schierandosi apertamente con gli Usa contro il terrorismo. Un improvviso spirare di un venticello di pace in Palestina che oggi s'è rafforzato: il presidente palestinese si recherà infatti nei prossimi giorni a Washington, dove potrebbe incontrare Bush jr., forse già domenica prossima. Proprio quel Bush che finora si era rifiutato di incontrare Arafat, perché responsabile, secondo il presidente americano, di non fare abbastanza per mettere fine alle violenze nei Territori. Almeno fino alla dichiarazione di ieri. Non è però il caso di vendere la pelle dell'orso prima di averlo catturato. Il percorso che potrebbe (ri)portare a una vera tregua in Palestina è appena agli inizi. In primo luogo perché bisogna vedere come si muoverà Israele (il premier Sharon è stato quasi costretto, obtorto collo, a fermare il suo esercito e la repressione nei Territori occupati). Per il momento, va registrato il ritiro delle truppe israeliane dalle città di Gerico e Jenin in Cisgiordania. "Se Arafat desidera realmente la pace nella regione, noi vogliamo collaborare e dargli un'altra chance", ha commentato Yarden Vatikay, portavoce del ministro della Difesa Benjamin Ben-Eliezer, precisando tuttavia che il governo israeliano rimane comunque scettico riguardo le reali intenzioni di Arafat. In secondo luogo si devono poi verificare quali carte hanno deciso di giocare gli Stati uniti: le pressioni di questi ultimi giorni di Bush sugli israeliani sono in gran parte dovute all'esigenza americana di concentrare tutti gli sforzi sulla risposta agli attacchi a New York e Washington. E la guerra in Palestina è improvvisamente diventata una mina da disinnescare, per non disturbare il conducente della macchina bellica a stelle e strisce. Infine, c'è la variabile delle organizzazioni integraliste islamiche palestinesi. I militanti di Hamas e della Jihad hanno già dichiarato che si opporranno al cessate il fuoco ordinato da Arafat. Abdel Aziz Rantisi, un esponente di rilievo di Hamas, ha affermato che la sua organizzazione proseguirà la nuova Intifada contro Israele fino a quando durerà l'occupazione. Il leader spirituale del movimento, lo sceicco Ahmed Yassin, ha ribadito lo stesso concetto: "L'occupazione sul suolo palestinese è una realtà. Fino a quando continuerà ad esistere, non ci sarà possibilità di discutere la tregua. Ripeto al mondo intero che ogni accordo che non garantisca la pace e la sicurezza del popolo palestinese non verrà rispettato. La resistenza contro l'occupazione, quindi, non terminerà". Dello stesso, bellicoso tenore è il comunicato diffuso dalla Jihad islamica: "Respingiamo questo cosiddetto cessate il fuoco, che giunge nel momento in cui il nemico sionista continua ad aggredire la popolazione palestinese indifesa". Un assordante rumore di sciabole che non cancella il paradosso di quanto sta accadendo: se davvero gli attentati in Usa hanno la firma dell'integralismo islamico, fra le "vittime" (oltre alle migliaia di morti di New York e Washington) ci sarebbero anche le organizzazioni oltranziste palestinesi. Quelle cioè che hanno puntato tutto sulla guerra contro Israele...