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Sei qui:   Homepage > Società > Speciali > Usa bombardati > 26 settembre 2001
 LA NUOVA GUERRA
Bush junior versione talebanoSTATI DI POLIZIA
Più potere ai servizi segreti e tribunali speciali: è il Patriot Act contro il terrorismo voluto da Bush. Altri Paesi l'hanno subito "copiato". Ma cresce l'allarme per queste norme: non è che così si minacciano troppo i nostri diritti?
Maria Grazia CutuliReporter si muore. Ancora
Dopo la Cutuli, un altro giornalista muore in Afghanistan: è l'ottavo.
Gulbuddin HekmatyarDalla brace alla padella?
Crimini e misfatti dei mujaheddin "signori della guerra".
BioterrorismoAllarme bioterrorismo
Antrace, peste, gas nervino: il mondo vive l'incubo chimico.
Osama flash LadenOsama "flash" Laden
Un'invasione di giochi e cartoon in flash dedicati allo sceicco del terrore.
E inoltre: Oltre il burqa?, La bomba profughi, Ministri allo sbaraglio, L'Italia va alla guerra, Wanted Osama, Foto dal fronte, X-Files: american jihad!, La pace in marcia, Al Jazeera in diretta, La lista di Bush, Viaggiare in pace, Terrorismo a Milano?, Affari sporchi, Parole di guerra, Pakistan a rischio, Una lezione per Silvio?, Borse in guerra, La mappa dei bombardamenti, Il forum, I volti della guerra, Cia X-Files, Un Paese off-limits, Paginatrè speciale, Yahoo! Jihad, Ufo tra le Torri?, I video, Tutte le cronache, Tutte le analisi, Slideshow, Le immagini: attacco agli Usa, Guerra? No, grazie, 70 anni di attentati.

  CONTO ALLA ROVESCIA
Truppe aerotrasportate Usa 26 settembre 2001

I tamburi di guerra mandano segnali sempre più forti: è ormai un crescendo ininterrotto di dichiarazioni, notizie, manovre diplomatiche e movimenti di truppe che non lasciano dubbi sull'imminenza di un attacco americano in Afghanistan. Una guerra che sarà condotta dagli Usa, ma non solo. Ieri il ministro degli Esteri italiano Renato Ruggiero ha garantito al suo omologo americano Colin Powell che "il nostro paese parteciperà a tutte le azioni, incluse misure militari, che siano considerate necessarie dal Consiglio Atlantico". Una posizione quella del governo italiano che equivale a un "Attendiamo ordini". E se la coalizione occidentale o anti-terroristica serra le fila e si prepara a sferrare il primo colpo, i talebani mobilitano l'unica risorsa di cui dispongono a parte qualche vecchio tank o missile di fabbricazione sovietica (senza trascurare gli Stinger regalati a suo tempo dalla Cia ai mujahedin): l'appello rivolto a tutto il mondo islamico per la Jihad, la guerra santa contro gli invasori. Il Grande Satana in ottica occidentale, Osama Bin Laden, ha fatto pervenire a una televisione satellitare del Qatar un fax dello stesso tenore, dove si incitano "i fratelli musulmani del Pakistan a impedire con tutte le loro forze che i crociati americani invadano il Pakistan e l'Afghanistan". L'indedio dell'ambasciata americana a KabulMa ormai le parole stanno lasciando il posto ai fatti: l'ambasciata americana a Kabul (abbandonata da tempo) è stata presa d'assalto e bruciata da una folla di dimostranti, l'Arabia ha interrotto le relazioni diplomatiche con il governo afghano e ritirato i propri rappresentanti dal paese. Solo il Pakistan mantiene rapporti con Kabul, pur avendo dichiarato il proprio appoggio agli Usa. È una delicatissima partita quella che sta giocando il governo (militare) di Islamabad: incassare tutti i benefici sul piano economico e politico derivanti dal sostegno alla Santa Alleanza contro il terrorismo (ieri Javier Solana, il ministro degli Esteri dell'Unione Europea ha staccato un assegno di 40 miliardi di lire in favore del Pakistan, un anticipo a cui seguiranno aiuti più consistenti) e nel contempo non scontentare il fronte interno del fondamentalismo religioso che solidarizza con i talebani. L'interrogativo aperto in queste ore di vigilia è proprio quello della reazione del mondo islamico. Dipenderà in parte dalla portata e dalla durata dell'attacco americano (raid limitati, bombardamenti massicci, invasione del territorio?), ma dipenderà anche dalla penetrazione e dall'appeal che il verbo fondamentalista possiede in molte regioni del mondo.Peres e Arafat a colloquio Il pericolo dell'incendio, dello scatenamento di una guerra di religione non è scongiurato. Lo dimostra la pressione della diplomazia occidentale su Israele e Autorità palestinese.
Sharon ha dovuto acconsentire a mandare il suo ministro degli Esteri Peres a parlare con Arafat, dopo averlo definto più e più volte come terrorista e mandante degli attentati anti-israeliani. I colloqui sono ripartiti in un clima difficilissimo (morti, bombe feriti da entrambe le parti) ma quel che conta è che qualcosa si muova. È stata raggiunta una piccola intesa che prevede "La revoca degli assedi militari delle città palestinesi e la ripresa della cooperazione di sicurezza". Si tratta di un segnale di buona volontà, di una tregua limitata e precaria, ma comunque impensabile prima di martedì 11 settembre. Da quel giorno le priorità sono cambiate: la risoluzione o il contenimento del conflitto israeliano-palestinese è diventato una premessa all'utilizzo delle truppe in Afghanistan. Il mondo arabo anche quello moderato non potrebbe sopportare che mentre Bush bombarda gli afghani, Sharon faccia lo stesso con i palestinesi dei Territori occupati.
Nella prospettiva di un conflitto diventa sempre più drammatico il problema dei profughi: l'unico spiraglio aperto tra l'Afghanistan e il resto del mondo è il Pakistan. Le autorità pakistane formalmente hanno chiuso i confini, ma lungo quella frontiera di 2000 km qualche convoglio di disperati passa comunque. Le persone in fuga attualmente sono un milione e mezzo. Le Nazioni Unite calcolano in cinque mlioni il numero di afghani che dipenderanno unicamente dagli aiuti internazionali per sopravvivere nei prossimi mesi, una massa di uomini in fuga dalla guerra che rischia di travolgere i paesi confinanti non attrezzati a fronteggiare una crisi umanitaria di queste proporzioni.
In Occidente il tam-tam dei media anticipa e predispone lo spirito della popolazione all'intervento militare: in tv e sui giornali in questi giorni vanno per la maggiore le cartine dell'Asia centrale, le mappe degli obiettivi, tabelline che calcolano il numero degli aerei, delle truppe, dei mezzi corazzati schierati, le analisi degli esperti, quasi sempre ex-generali in pensione. Era già successo prima della guerra del Golfo e dei bombardamenti in Kossovo. È il segnale più evidente che il mondo ha ormai tolto la sicura alle armi.

  a cura della Redazione
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   data: 11-26 set 2001 protezione contenuti: assente Aiuto  

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