A una settimana dalla legge Bossi-Fini sull'immigrazione un gommone carico di clandestini si schianta contro una nave militare italiana. Due i morti. Ma gli scafisti riescono a svignarsela.
Non è passata neanche una settimana dall'approvazione della legge Bossi-Fini sull'immigrazione ed ecco che un'ennesima tragedia si consuma nelle placide acque del nostro Mar Mediterraneo.
Domenica 21 luglio, davanti alle coste albanesi, un gommone carico di 33 immigrati clandestini si è scontrato con una motovedetta della Guardia di Finanza italiana di stanza a Durazzo. Ma che ci faceva una nave militare italiana in acque albanesi? Nell'ambito di accordi con Tirana stipulati alla metà degli anni 90 alcuni contingenti della Guardia di Finanza, della polizia e dei carabinieri operano in Albania per contrastare, in collaborazione con le autorità locali, il fenomeno dell'immigrazione clandestina. Da qui il motivo della presenza di militari italiani in quelle acque.
L'incidente, che ha provocato la morte di due persone che si trovavano a bordo della piccola imbarcazione, ripropone però la drammatica questione dei viaggi della speranza che uomini e donne disperati si apprestano a fare pur di raggiungere una "terra promessa" dove trovar lavoro e soldi per mantenersi in maniera decente.
Ma non solo, questo fatto fa tornar in mente il drammatico schianto del 28 marzo 1997, quando la corvetta "Sibilla" della marina militare italiana speronò, a 35 miglia da Brindisi, nel canale d'Otranto, una vecchia carretta albanese, il "Kater I Rades", carica di profughi che scappavano dall'Albania in piena guerra civile. In quell'incidente morirono 108 persone e il capitano della corvetta, Maurizio Laudadio, fu mandato a processo per omicidio colposo, naufragio e lesioni personali colpose.
Questa volta non si sa bene di chi sia la colpa e per accertarlo è stata aperta un'inchiesta dalle magistrature italiana e albanese. Ma, colpe o non colpe, il fatto è che chi ci ha rimesso le penne sono due disperati, mentre gli scafisti, uomini spregiudicati che dietro esorbitanti compensi traghettano i clandestini dalle coste albanesi a quelle pugliesi, l'hanno fatta franca e sono pure riusciti a fuggire.
Insomma, come troppo spesso accade, i responsabili di questo ignobile commercio di esseri umani sfuggono dalle maglie della legge e chi ne fa le spese sono gli sprovveduti. Quelli che qui da noi, una volta beccati senza documenti, oltre a essere mazziati, vengono rispediti in patria e dati in pasto a nuovi mercanti che si arricchiscono sulla pelle di esseri umani. I nostri cari politici e ministri che tanto si preoccupano della sicurezza interna dovrebbero sapere che non è sufficiente prendere impronte digitali e trincerarsi nel proprio giardino chiudendo le frontiere per porre fine a questo fenomeno. E se in linea di massima è pregevole mettere imbarcazioni militari a controllare le coste per arginare il traffico illecito di uomini è a dir poco imbarazzante leggere poi sui giornali che i malavitosi riescano a svignarsela senza lasciare tracce di sè.
Il rapporto della Caritas sull'immigrazione Per avere un quadro più chiaro della situazione, eccovi uno studio che riassume le anticipazioni del nuovo "Dossier Statistico Immigrazione" curato dalla Caritas.
La scheda che segue presenta alcuni degli aspetti più importanti della nuova situazione rilevata al 31 dicembre 2001.
Sessantaquattro anni dopo le infami leggi razziali fasciste, l'Italia ci riprova a farsi brutta, bruttissima, davanti al mondo: con l'approvazione definitiva della legge Bossi-Fini contro l'immigrazione. E chi ci andrà di mezzo? Come al solito, i poveracci...
Non nel nostro nome!!! E' lo slogan di un gruppo di donne di svariate associazioni che si batte per i diritti delle immigrate nel nostro paese. Organizzano presidi e manifestazioni. Clarence è andato a trovarle durante un happening di protesta a Milano.