Assenza di rischio (il volo non solo non ha conseguenze ma è un fatto abbastanza frequente), massime difficoltà tecniche, vie brevi anche di pochi metri (a differenza dell'alpinismo la cima non interessa), ricerca del proprio limite, della perfezione del gesto e della performance. L'arrampicata sportiva ha addirittura abbandonato le pareti naturali per le strutture artificali e i pannelli con prese sintetiche. L'ultimo tabù abbattuto è stato quello dell'agonismo: esistono campionati e gare di arrampicata in ambito nazionale e internazionale, un idea che solo 20 anni fa sarebbe parsa blasfema ai seguaci della lotta con l'Alpe. Al riparo dai rischi di cadute rovinose grazie nuovi tecniche di chiodatura (protezioni ravvicinate e sicure), corde e attrezzature a prova di bomba gli arrampicatori si possono concentrare sul movimento, sulla stile e la soluzione di passaggi sempre più estremi, veri e propri problemi di forza, agilità ed equilibrio che possono richiedere vari tentativi. Se per l'alpinista classico contava soprattutto il fine (arrivare in cima), per i climber moderni il modo è ancora più importante. Ecco allora la classificazione tra via completata on sight (al primo tentativo, senza averla studiata) oppure lavorata provando e riprovando i passagi, rotpunkt (in continuità, senza riposi e passi in artificiale), fino ai pochi (anche solo quattro o cinque) movimenti durissimi del bouldering su sassi o su pannelli artificiali a pochi centimetri da terra.
Dai tempi dell'alpinismo eroico, della sfida spesso mortale con la grande parete inviolata con lo spiacevole corredo di ideologia superomistica è passata molta acqua sotto i ponti. Adesso arrampicare è gioco, divertimento, prestazione, qualcosa che tutti possono praticare senza rischi o quasi. Sport appunto.