L'orgoglio è quello di Marco Pantani che ha voluto, fortissimamente voluto, tornare a vincere come era abituato a fare: scattando e staccando tutti sui tornanti. Il pregiudizio è nostro. I cantori delle gesta del Pirata, cioè tutti gli inviati e i giornalisti sportivi al seguito del Tour, hanno la memoria corta. L'inchiesta per doping, il rinvio a giudizio per frode sportiva, le accuse circostanziate del giudice Guariniello, l'ematocrito fluttuante a seconda degli impegni agonistici? Tutto dimenticato. La retorica gazzettistica (è un giorno luminoso per i pataccari stile Candido Cannavò) ha rotto gli argini. Un esempio? "Pantani frullava via, non più uomo ma uccello. Sfrecciava, bucando la folla, in un tunnel di mani protese,di mani urlanti. Incendiava la strada", ovviamente sulla Gazzetta dello Sport. Il bisogno irrefrenabile di celebrare l'eroe e l'impresa sportiva, abortito per pochi secondi in occasione deggli Europei di calcio e deluso dalla Ferrari, era palpabile. I media hanno potuto sfogarsi con il Pirata, liberando gli istinti e l'enfasi peggiori.
Ha le stesse iniziali del più famoso jazzista e della più grande città degli States e di quella terra è in qualche modo il figlio esemplare. Perché a Lance Armstrong sembrano cucite addosso le qualità del bravo americano, celebrate in tanti pellicole, pagine di letteratura e di propaganda patriotica: volontà indistruttibile, spirtito indomito, ottimismo, lealtà e modestia. Un cowboy dello sport e della vita, che quando a 25 anni scopre di avere il cancro e solo 50% di possibilità di farcela, scende dalla sella della sua bicicletta e va incontro alla sfida, che in questo caso non si svolge all'OK Corral ma in un ospedale. Tre operazioni e cinque cicli di chemioterapia per sconfiggere il tumore ai testicoli e ritrovarsi guarito ma completamente trasformato: magro, scavato, svuotato di forze. Solo lo scheltro, l'impalcatura che sorreggeva l'edificio possente di un atleta con un fisico da copertina (ex triathleta e campione mondiale di ciclismo a soli 21 anni) era rimasta la stessa. La malattia e l'inattività si erano mangiata i muscoli. Armstrong con metodo e pazienza si è ricostruito, ha rigenerato le fibre dei suoi muscoli con allenamenti mirati, è tornato a essere un atleta formidabile eppure diverso da quello che era prima. Otto, dieci chili in meno quanto a massa e tantà agilità in più, una metamorfosi anche tecnica e mentale che porta il texano a spostare il suo baricentro dalla pianura alla montagna, dalle cronometro alle salite. Dopo aver vinto il Tour dello scorso anno imitando il grande Miguel Indurain (bottino pieno nell cronometro e e controllo della corsa in salita), quest'anno ha deciso di vincere come fanno gli eroi, gli immortali di questo sport: staccando tutti sui tornanti dei Pirenei e delle Alpi.
Sulla home page del suo sito ufficiale trovate il suo biglietto da visita: "Ex malato di cancro, marito e padre, ciclista professionista". Armstrong vuole essere conosciuto così, in questo ordine di importanza. Dalle sue parole e dai gesti traspare la maggiore consapevolezza, l'atteggiamento sereno e distaccato di chi è sopravvissuto, di chi è passato oltre le colonne d'Ercole ed è miracolosamente tornato. Ma è un uomo diverso.
Nella prima salita seria della Grand Boucle, sui Pirenei ad Hautacam, Pantani è scattato per andarsene come ai vecchi tempi. Armstrong lo ha raggiunto, ha messo la freccia e lo ha superato: andava a 27 km/h di media. Adesso, con un vantaggio di quasi cinque minuti su Ullrich e di dieci sul Pirata, si prepara a portare la maglia gialla fino a Parigi. Giochi ormai chiusi? Forse no.