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Un uomo rinchiuso in un campo di sterminio con la famiglia salva il figlio dall'orrore facendogli credere che è tutto un gioco. 
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Non c'è paragone tra le farse
con le quali Benigni aveva sbancato il botteghino nelle scorse stagioni
cinematografiche e questo autentico gioiello, col quale è riuscito
a sorprendere quanti in passato avevano storto la bocca di fronte alla
sproporzione fra il suo genio di clown e la sua mediocrità di autore.
Non che Benigni sia diventato improvvisamente un grande regista o che
il film sia un capolavoro perfetto; tutt'altro. Ma poco importa, tanta
è la straordinaria forza poetica dell'idea sulla quale lui e Vincenzo
Cerami hanno costruito questo indimenticabile apologo: usare il sorriso
per preservare un bambino dall'orrore, affinché in futuro possa
continuare a pensare che la vita è bella. E' un'idea degna di Chaplin
per il perfetto dosaggio di comicità e sentimento, di drammaticità
e leggerezza, di amarezza e di ottimismo, di irriverenza e di rigore morale.
Un'idea che celebra l'eroismo della fantasia, che fulmina in una luce
assoluta l'assurdità del razzismo della sopraffazione, che appaia
l'intollerabilità della violenza sui corpi a quella della mortificazione
dell'anima. Sarebbe stato facile per Benigni, forte dell'amore di un pubblico
che sembra entusiasmarsi per qualsiasi cosa faccia o dica, adagiarsi come
un Pieraccioni sulla facile replica di formule già collaudate.
E invece, con questo bellissimo film, colma in maniera definitiva l'abisso
che separa il talento dalla poesia. Ciò gli è valso il premio
speciale della giuria al festival di Cannes; o, come preferisce chiamarlo
Benigni, il Dattero d'Oro.
| LA BATTUTA - Ma ti sembra possibile che prendano i bambini e li portino nelle camere a gas? E magari li bruciano anche nei forni. E poi ci fanno il sapone. E i bottoni. Guarda qua, questo è il mio amico Ruggero, che è diventato una fibbia. |
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