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Negli anni Settanta, una giovane donna ingenua e infantile sposa l'unico amore della sua vita e, quando questi rimane vittima di un grave incidente, immola sè stessa in cambio della sua guarigione.
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In un libro molto interessante, "L'eroe dentro di noi", la psicologa americana Carol S.Pearson sostiene che noi tutti (e di conseguenza i personaggi che ci rappresentano nella finzione narrativa) siamo classificabili in un limitato numero di archetipi: sei per la precisione, che rispecchiano a loro volta altrettante fasi dello sviluppo psicologico di ogni persona. Tra di essi vi sono l'orfano: colui che indulge in un infantile ruolo di dipendenza ed è incapace di affrontare il distacco e la conquista della propria autonomia individuale; e il martire: che cerca soddisfazione ai propri bisogni egoistici sacrificando sè stesso a una causa o al prossimo. Questa cupa favola nordica narra per l'appunto il passaggio della protagonista dal ruolo di orfano a quello di martire: prima subordinando tutta la sua vita all'uomo che ama e poi consacrandogli anche la morte. E' una vicenda singolare, eccessiva, melodrammatica e che tuttavia enfatizza dei processi mentali comuni a molte persone; e trova una ambientazione credibile e realistica in una piccola comunità scozzese, prigioniera dell'isolamento, delle condizioni climatiche ostili e di un calvinismo intollerante e fondamentalista. Il regista danese Lars Von Trier, che definisce sé stesso "vittima di una autodisciplina pazzesca", ha aderito con passione, e talora fin con eccessiva indulgenza, alla beatificazione estetica della sua protagonista: dedicandole un film ponderoso, inquieto, tormentato nel tema, nello stile e persino nella tecnica di ripresa: tutta macchina a mano, opera del grande direttore della fotografia Robby Müller.
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