LE ONDE DEL DESTINO (BREAKING THE WAVES) di Lars Von Trier, con Emily Watson, Stellan Skarsgård, Katrin Cartlidge, Jean-Marc Barr. Danimarca, 1996. Distr.: Lucky Red

Negli anni Settanta, una giovane donna ingenua e infantile sposa l'unico amore della sua vita e, quando questi rimane vittima di un grave incidente, immola sè stessa in cambio della sua guarigione.

In un libro molto interessante, "L'eroe dentro di noi", la psicologa americana Carol S.Pearson sostiene che noi tutti (e di conseguenza i personaggi che ci rappresentano nella finzione narrativa) siamo classificabili in un limitato numero di archetipi: sei per la precisione, che rispecchiano a loro volta altrettante fasi dello sviluppo psicologico di ogni persona. Tra di essi vi sono l'orfano: colui che indulge in un infantile ruolo di dipendenza ed è incapace di affrontare il distacco e la conquista della propria autonomia individuale; e il martire: che cerca soddisfazione ai propri bisogni egoistici sacrificando sè stesso a una causa o al prossimo. Questa cupa favola nordica narra per l'appunto il passaggio della protagonista dal ruolo di orfano a quello di martire: prima subordinando tutta la sua vita all'uomo che ama e poi consacrandogli anche la morte. E' una vicenda singolare, eccessiva, melodrammatica e che tuttavia enfatizza dei processi mentali comuni a molte persone; e trova una ambientazione credibile e realistica in una piccola comunità scozzese, prigioniera dell'isolamento, delle condizioni climatiche ostili e di un calvinismo intollerante e fondamentalista. Il regista danese Lars Von Trier, che definisce sé stesso "vittima di una autodisciplina pazzesca", ha aderito con passione, e talora fin con eccessiva indulgenza, alla beatificazione estetica della sua protagonista: dedicandole un film ponderoso, inquieto, tormentato nel tema, nello stile e persino nella tecnica di ripresa: tutta macchina a mano, opera del grande direttore della fotografia Robby Müller.


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