QUALCOSA DI PERSONALE (UP CLOSE AND PERSONAL) di Jon Avnet, con Robert Redford, Michelle Pfeiffer, Stockard Channing, Joe Mantegna, Kate Nelligan, Glenn Plummer, James Rebhom. Usa, 1996. Distr.: Cecchi Gori Group

La storia d'amore fra una giovane giornalista che brucia le tappe del successo e un collega della vecchia guardia che s' è bruciato invece la carriera per eccesso di intransigenza.

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Quello del giornalista che non arretra di fronte a nessun ostacolo pur di dare la notizia è uno dei miti pił collaudati e tenaci del cinema americano. Difficile però farlo sopravvivere alla rivoluzione prodotta dall'avvento dell'informazione spettacolo e al sopravvento della televisione sulla carta stampata: l'eroe non ha più il volto segnato del cronista d'assalto, ma quello zeppo di fondotinta del conduttore in studio, l'anchor-man, simile in tutto e per tutto a un divo dello schermo, con tanto di agente che lo rappresenta e di gigantografie che lo replicano sorridente sui cartelloni pubblicitari. L'arduo compito di aggiornare il mito è toccato a Jon Avnet, che si era segnalato con il bel "Pomodori verdi fritti". L'idea del film è quella di raccontare il passaggio del testimone fra il vecchio e il nuovo modo di dare informazione, attraverso una storia d'amore che si intreccia a sua volta con un altro mito: quello di Pigmalione. Ed ecco così Michelle Pfeiffer prodigarsi nel ruolo dell'allieva che supera il maestro e Robert Redford dispensare il fascino del vecchio leone ferito che torna a ruggire. Ma ahimé l'impresa è improba e si impantana spesso nel melenso, quando non addirittura nel ridicolo; a dispetto di una buona interpretazione e della descrizione, a tratti interessante, del dietro le quinte di una redazione televisiva. Segno forse che è impossibile reincarnare il mito del giornalista in quello del mezzobusto. Meglio allora seppellirlo, come aveva fatto l'altr'anno Gus Van Sant con "Da morire".


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