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La storia di Mark e del suo gruppetto di cosiddetti amici, che si buca e si sbatte fra Edimburgo e Londra alla fine degli anni Ottanta.
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Fare un film sulla tossicodipendenza è un' enorme responsabilità, una trappola piena di insidie. Se mostri che la droga è solo un inferno, occulti una parte della verità: qualche attrattiva deve pur esserci, se tanta gente fa uso di eroina; ma se lasci vedere queste attrattive, ovviamente rischi di fare pubblicità alla morte. Se mostri il protagonista che riesce con la forza di volontà a uscire dal tunnel, vai a cadere nella retorica dei vecchi film sull'alcolismo; ma se invece lo fai morire tragicamente di overdose, puoi farne involontariamente un affascinante eroe dannato. Il regista scozzese Danny Boyle ha realizzato un film duro, difficile, ma che evita tutte queste trappole. Lo ha fatto prendendo spunto da un romanzo di Irvine Welsh (edito anche in Italia) che centra tutto sull'amicizia fra un gruppetto di perdenti, bugiardi, psicopatici, ladri e tossicomani. Un'amicizia assurda, paradossale, come già era nel precedente film di Boyle: "Piccoli omicidi tra amici". Un'amicizia che sembra forte, totale, divertente: ma che è fatta di menzogne, crudeltà, sopraffazioni e generale egoismo. Ne deriva una conseguenza coerente: se nei film di una volta l'ubriacone si riscattava grazie all'aiuto degli altri, qui il drogato si salva tradendo i suoi compagni. Tutto molto crudo, diretto, sincero: raccontato con molte soluzioni visive originali e una musica (è il caso di dirlo) davvero da sballo.
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